Come fare personal storytelling? Risponde Francesca Sanzo

Alla definizione personal branding preferisci quella di personal storytelling. Una scelta di fondo importante…

Ognuno di noi è prima di tutto la sua storia. Al tempo stesso tutti cerchiamo storie: ci appassionano, definiscono la cornice della nostra vita e ci fanno sentire parte di qualcosa che va oltre la nostra esperienza personale. Cerchiamo riconoscimento, emozioni e identità. Online abbiamo l’opportunità di valorizzare la nostra narrazione in modo che emergano di noi non solo elementi che ci rendono “spendibili” sul mercato, ma anche estremamente umani. Saper narrare la nostra storia particolare e “comune”, così da farla diventare coinvolgente è un vantaggio importante sia in termini competitivi che di focalizzazione dei propri obiettivi professionali e personali. Ecco perché al personal branding, che spersonalizza rendendo oggettivo, preferisco il personal storytelling che punta l’obbiettivo sulle storie e sul lato umano di ognuna di loro.

Come hai iniziato a occupartene e storicamente quando nasce il personal storytelling o quando compare in Italia?

Il personal storytelling esiste da sempre, solo che veniva chiamato con altri nomi: io ho solamente posto il focus sull’opportunità di tutti di potersi narrare online.

Potrei dire che me ne occupo da quando, fin dai tempi del liceo, trasformavo piccoli eventi del mio quotidiano in aneddoti simpatici da condividere con gli amici; oppure che me ne occupo da quando ho iniziato a tenere un diario costringendo le mie 4 amiche ad ascoltarmi mentre leggevo loro quelle che ritenevo le pagine più interessanti; oppure che me ne occupo da quando sono online, cioè dal 2003 e soprattutto da quando ho aperto il mio blog panzallaria.com, che negli ultimi 10 anni ha seguito il flusso del mio cambiamento e della mia vita e raccoglie tutto ciò che mi piace narrare di me e di quello che imparo.

In Italia la narrazione digitale compare con il fiorire dei primi blog, intorno al 2003/2005.  Allora il personal storytelling era molto spontaneo e non aveva alcuna consapevolezza delle opportunità che avrebbe portato a chi lo praticava.

Visto che il sapere che condividi parte dalla tua esperienza personale, qual’é la tua storia Francesca?

Consulente di comunicazione digitale e content marketing, ho 41 anni. Dal 2005 ho un blog che è cresciuto con me e che è stato un laboratorio importante di esperimenti non solo di scrittura: dal blog, nel 2008, ho tratto uno spettacolo teatrale La rivincita del calzino spaiato e sul blog, tra il 2013 e il 2014 ho raccontato la mia metamorfosi, ovvero il percorso che mi ha permesso di cambiare completamente stile di vita e perdere 43 chili in un anno, passando dall’essere sovrappeso al tornare normopeso. Si è trattata di un’esperienza importante, per me, che ho voluto condividere, non solo attraverso i blog ma con una narrazione nomade sui social media.

Noi crediamo sia importantissimo avere una propria voce, aver chiara la propria identità. E’ un’operazione complessa però, no? Ci sono spunti che possono aiutare a trovarla?

Ecco come procedo io (ciclicamente) per analizzare se sto seguendo la strada giusta:

  1. Rifletto sugli obiettivi (il perché mi narro). Sembra banale ma spesso ci piace talmente tanto farlo che perdiamo di vista gli obiettivi.
  2. Penso a dove voglio essere e cosa voglio che gli altri sappiano di me e del mio lavoro da qui a 2 anni e mi concentro su questo per individuare una vision.
  3. Estraggo le parole chiave della mia storia, di quello a cui tendo e faccio in modo che diventino il filo conduttore con cui mi racconto.
  4. Affronto errori e incertezze e le accolgo come parte integrante di me: anche questi aspetti, se li saprò raccontare, potrebbero diventare valori, invece che cose da nascondere.
  5. Leggo molto, mi confronto con i miei modelli, consapevole che non devo diventare come loro, non devo parlare la loro voce (perché se no sarei solo un emulo) ma farmi ispirare e imparare dal loro lavoro, mantenendo la mia specificità.

Che differenza c’è tra l’usare semplicemente i social e usarli per narrare e per narrarsi?

Francesca Sanzo personal sotrytelling 3

Photo credits Federico Borella

In realtà in ogni momento ci stiamo narrando quando raccontiamo qualcosa di noi online: la differenza sta nel farlo consapevolmente per capire cosa vogliamo che di privato e professionale diventi pubblico e cosa invece preferiamo tenerci per noi e quanto professionale e privato siano ormai due dimensioni intersecate tra loro.

Quando ti narri consapevolmente, ad esempio, spesso hai una strategia e usi sistemi che ti permettono di pianificare al meglio le tue pubblicazioni online, come per esempio Tweetdeck per twitter. Conosci anche l’importanza di curare contenuti prodotti da altri, perché il valore delle storie cresce nella condivisione di saperi e usi Storify che ti permette di raccogliere storie già raccontate sui principali social media.

Ci fa qualche esempio pratico di narrazione declinata attraverso i diversi canali social?

Su Facebook l’esempio “magistrale” è quello della pagina di Gianni Morandi: spontanea, naturale, positiva senza essere stucchevole. Mi piace anche Rudy Bandiera, che ha saputo fare dello storytelling una virtù spendibile in maniera alta.

Su Twitter gli esempi sono tantissimi: io amo la narrazione condivisa del progetto TwLetteratura perché aggrega lo sguardo degli altri sui libri.

Su Instagram consiglio i ragazzi di Montanus che diffondono e condividono esperienze felici a contatto con la natura.

Con che obiettivi qualcuno racconta di sé? Perché dovremmo raccontarci?

Ognuno deve trovare il proprio di obiettivo, certamente se ti narri online per ottenere dei vantaggi professionali, devi riuscire a mixare bene gli ingredienti della tua narrazione, perché – come ormai è noto – promozione non fa più rima solo con pubblicità. Trova i tuoi obiettivi, focalizza la tua vision, estrai le parole chiave e segui il filo rosso che le lega mettendoci dentro passione per suscitare emozioni, essere in ascolto e favorire la condivisione di idee e parole.

Trova i tuoi obiettivi, focalizza la tua vision, estrai le parole chiave e segui il filo rosso che le lega mettendoci dentro passione per suscitare emozioni, essere in ascolto e favorire la condivisione di idee e parole.

Usi poi l’espressione “narratori nomadi”, è molto carina, richiama il nomade worker di Michele Vianello. Cosa intendi con quest’espressione?

Da qualche anno, grazie all’esplosione di popolarità e di utilizzo dei social media, non ci narriamo più solo sul blog o sul nostro sito: siamo narratori nomadi che passano da un presidio digitale all’altro per raccontare lo sviluppo della stessa trama. Imparare a gestire il contesto senza perdere quella trama per me è una bella sfida che ci rende narratori nomadi e (spero) curiosi.

Oggi è possibile raccontarsi senza l’ausilio della tecnologia? Tu che cosa usi per raccontarti?

Io uso sempre prima la carta e la penna (che sono comunque tecnologia 😉 e parto disegnando mappe mentali, poi trasformo, limo e uso sul web. Sulle mappe mentali, suggerisco il blog di Roberta Buzzachino.

Che ruolo attribuisci al video nel racconto di sé? Credi sarà un format crescente? Ci sono case histories interessanti di personal storytelling via video?

Il video è il fenomeno boom degli ultimi anni e di esempi ce ne sono tantissimi, a partire dei tanti che – non a caso – sono diventati molto celebri (vedi per esempio Francesco Sole).

Con i video si può giocare ed emozionare, coinvolgendo.

narrarsionline_come fare personal storytelling

Photo credits Federico Borella

Hai anche scritto un libro. Sei stata coraggiosa. La stesura di un libro, in molti casi, potrebbe rappresentare una mera operazione di marketing. Io invece credo ci voglia coraggio, almeno quando si parla di sé. In fondo ci si espone. Ci si affaccia a una nicchia di mercato col rischio di sembrare presuntuosi: “Cosa ci vuole insegnare?” Vuol dire invece che ti sei sentita forte della tua esperienza e che la hai messa a disposizione di altri, aprendoti a un dialogo. Hai sposato subito l’idea di un libro o hai avuto delle reticenze?

Il mio libro, che è un ebook, e si intitola Narrarsi online: come fare personal storytelling  per Area 51 Publishing è stato per me soprattutto un modo per mettere in fila esperienze e cose imparate nel mio lavoro. E’ un manuale in cui condivido case history interessanti e racconto la mia strategia (per me, per i miei clienti) per individuare la storia da raccontare, in particolar modo quando gli obiettivi sono professionali. Non ho avuto reticenze, forse un po’ paura, quando mi hanno proposto di scriverlo. Non ero certa di riuscire a mettere – nero su bianco – tutto quello che avrei voluto dire sul tema. Ora sono abbastanza sicura (di non esserci riuscita), ma sono anche abbastanza contenta del risultato che è, ovviamente, – come è giusto che sia considerando l’argomento – parziale.  Il riscontro positivo mi ha sollevata: i primi giorni dopo la pubblicazione ero sempre in ansia. Temevo mi arrivasse una valanga di commenti negativi 😉

Qual’è il titolo della tua prossima storia?

Ho un libro nel cassetto che ha un titolo parziale che è 102 e racconta la mia metamorfosi, una cosa a metà tra un romanzo e un flusso di coscienza. Poi la mia casa editrice mi ha fatto una nuova proposta editoriale legata allo storytelling che indagherà uno degli aspetti più importanti che deve avere una buona storia.

La domanda che non ti ho fatto e avresti tanto voluto ti facessi…

Me ne hai fatte tantissime e tutte molto interessanti, quindi per una volta devo ammettere di essere davvero soddisfatta dello sguardo che mi è stato riservato 😉

Francesca Sanzo – Erika De Bortoli

By | 2016-10-19T08:59:35+00:00 giovedì 5 febbraio 2015|Storyteller|0 Comments

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