Corporate storytelling – La parola ad Andrea Fontana (Parte II)

Approfondiamo il tema del Corporate Storytelling con Andrea Fontana.

A che settori si applica lo storytelling?

Io mi sono occupato principalmente di Corporate Storytelling.

In tale ambito i settori in cui è applicato sono molti: marketing, risorse umane, comunicazione interna ed esterna, envisioning ovvero la costruzione dei principi strategici, perché un racconto va ad agire sull’identità dell’impresa.

In senso lato penso che lo storytelling aziendale serva per la gestione del cambiamento interno ed esterno.

Mi fai un esempio di applicazione al settore delle risorse umane?

Ad esempio un manager dovrebbe possedere competenze quali public speaking, team bulding, leadership, presentation skills che possono essere sviluppate con lo storytelling. Lo storytelling è ormai una competenza manageriale.

E al settore degli eventi?

Qui le dinamiche possono essere legate all’engagement. Se devi fare un evento cerchi di costruire un racconto coinvolgente che faccia vivere delle esperienze alle persone e che possa lasciare qualcosa. Un racconto interno coerente con i temi che l’azienda sta vivendo, con quelli esistenziali delle persone che ci lavorano e con gli obiettivi di business. Diventa un sistema di intrattenimento esistenziale evoluto. Questa è la magia del racconto, che non è qualcosa che leggi, ma un sistema di pensiero che c’è o non c’è e che innesca oppure no una risonanza con un tuo racconto interno. In realtà è un meccanismo biochimico/neurologico. Anche le neuroscienze hanno dimostrato come, a seconda del racconto, si attivano certe parti cerebrali piuttosto che altre, mettendo in circolo nel corpo umano: adrenalina, serotonina, dopamina.

Se invece volessimo parlare di format per lo storytelling?

Questo dipende molto da dove e come si applica. Ci sono modelli molti formalizzati, ma che cambiano se sono applicati a un video o a un evento o all’envisioning strategico o ancora alla costruzione di un media: cartaceo o digitale che sia.

Ci sono delle regole di base che poi si declinano a seconda dell’oggetto che devi creare. Queste le regole base: prima di tutto capire il lettore, una storia non è tua, ma degli altri. Devi conoscere le storie di vita dell’altro e qui occorrono capacità di analisi narrative che devi acquistare sul mercato. Puoi avere fortuna di intercettare storie che piacciono, ma devi capire quali sono i grandi temi che interessano al tuo pubblico di riferimento.

Il secondo grande passaggio è la costruzione di racconti visivi, testuali o sonori. I contenuti devono essere coerenti con i lettori.

Poi vengono gli strumenti che oggi sono tantissimi: cartacei o digitali, utili a far vivere le storie.

Dopo di che questi processi prendono forme diverse a seconda delle funzioni aziendali in cui si applichino: formazione, marketing, comunicazione interna, esterna, design, etc.

Sentiamo parlare di visual storytelling, transmedia o crossmedia storytelling, digital storytelling… Ci aiuti a chiarirci le idee?

steve-jobs-corporate-storytellingSono tutte formule specifiche per declinare le tecniche narrative nelle diverse funzioni aziendali.

Il visual storytelling è costruzione di un immaginario visivo, e la sua applicazione su diversi tools (cartacei, digitali, relazionali, etc)

Il cross media storytelling non è altro che l’uso delle tecniche narrative applicato ai diversi ambiti della medialità contemporanea. Scegliere dunque i canali migliori e tradurre il racconto nelle formule più efficaci per ogni canale adottato.

Il digital storytelling è l’applicazione delle tecniche narrative al mondo digitale: per esempio un webiste, un blog, o la costruzione di un tools da mettere su un canale digitale come youtube.

Esiste un kit dello storyteller?

Il kit è l’individuo, con le sue competenze narrative di cui abbiamo già paralto. Devi sapere e capire a chi stai raccontando, come stai raccontando, disporre di un minimo di competenze visive e chiederti come un utente vivrà e farà sua la tua storia.

Quando faccio un’operazione di corporate storytelling vado in cerca di queste competenze e creo dei gruppi di lavoro.

Quanto a tool e tecnologie esiste qualcosa di interessante?

Ci sono varie app: ad esempio storify o steller, ma non provo grande simpatia per questi tool. Sono degli aggregatori, ma se non hai competenze narrative metti insieme elementi a caso. Il problema è: Sai raccontare? Sai costruire una storia? Sai emozionare il tuo pubblico con le tue foto, i tuoi video e i tuoi media?

Cosa mi puoi dire sul binomio storytelling – viralità?

Oggi la situazione è molto complicata. Google & C. stanno modificato il meccanismo della viralità, per cui se non paghi è difficile ottenere un risultato. Ma se fai una cosa fatta bene hai più possibilità di diffonderla. Una narrazione costruita bene da più possibilità, ma ci sono anche altre variabili da tenere presenti.

Che ruolo hanno i video nell’universo dello storytelling?

Il ruolo dei video è cresciuto moltissimo e crescerà ancora perché il video, insieme alla fotografia, è un mezzo immediato di comunicazione e coinvolgimento emozionale. Noi pensiamo per immagini. Non pensiamo attraverso un costrutto razionale. Siamo animali che mettono insieme immagini e racconti e poi li razionalizziamo. Quello razionale è il terzo livello ed ultimo livello di pensiero, prima c’è l’emozione del pensiero e l’immagine che questo pensiero porta con sé. Quindi i video sono indispensabili. Ci sono video puramente descrittivi, che non fanno breccia, e video emozionanti o narrativi che non descrivono un prodotto o un brand, ma ne raccontano la storia al pubblico, costruendo un mondo dentro il quale lo stesso pubblico si riconosce.

Oggi poi è importante e frequente l’ibridazione con i social media. Fare un video per la TV non è come farlo per i social, anche lì c’è un mondo di competenze da esplorare.

Andrea Fontana e Erika De Bortoli

By | 2016-10-19T08:59:36+00:00 mercoledì 17 dicembre 2014|Scenari, Storyteller|0 Comments

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